Tarocchi

I 22 arcani maggiori: il grande racconto dei tarocchi

Questa guida fa parte della serie I tarocchi spiegati: le 78 carte, la storia e come leggerle come uno specchio (parte 2 di 7).

Gli arcani maggiori sono le 22 carte principali dei tarocchi, numerate da I a XXI, più il Matto, che cammina senza numero. Dal Bagatto, che posa i suoi strumenti sul tavolo, al Mondo, che danza nella sua corona di foglie, dispiegano un unico racconto: quello di una vita che impara, attraversa, si trasforma. In una stesa, un arcano maggiore segnala un tema di fondo, mentre i 56 minori descrivono la quotidianità.

Di Jade Nohemia 8 min di lettura

Stendi i 22 arcani maggiori su un tavolo, in ordine, dal Bagatto al Mondo, con il Matto che cammina accanto. Fai un passo indietro. Emerge qualcosa che le carte prese una a una non mostravano: un personaggio si mette in cammino, impara dalle figure che lo circondano, ottiene una prima vittoria, cade, attraversa la notte, ritrova il giorno. I maggiori non sono un catalogo di 22 simboli da memorizzare. Formano una sequenza, e questa sequenza racconta.

È il modo più dolce per impararli, ed è anche il più fedele. Alejandro Jodorowsky e Marianne Costa, ne La Via dei Tarocchi (2005), dispongono gli arcani in due file da dieci, incorniciate dal Matto e dal Mondo: due piani di una stessa casa, dal terrestre al celeste. Arthur Edward Waite, in The Pictorial Key to the Tarot (1911), li descrive uno a uno come le tappe di una ricerca interiore. Due scuole, due mazzi, un’unica intuizione: i maggiori si leggono come i capitoli di un solo racconto. E se stai scoprendo i tarocchi solo ora, la guida completa pone prima il quadro: da dove vengono le carte, come si struttura il mazzo, e perché una stesa è uno specchio, mai un verdetto.

Una parola sui nomi, prima di entrare nel vivo. Quelli che seguono sono quelli del Tarocco di Marsiglia. Il Rider-Waite-Smith chiama Sacerdotessa la Papessa, e dà un nome (Death, ovvero la Morte) all’arcano XIII che il Marsigliese lascia volutamente senza titolo. La Torre, lei, si chiama così in entrambe le tradizioni. Le due tradizioni si scambiano anche la Giustizia e la Forza, ottava e undicesima a seconda del mazzo. Il cuore del racconto, però, non cambia.

La partenza: il Matto e il Bagatto

Il racconto comincia con una carta che non ha numero. Il Matto cammina, fagotto in spalla, abiti da saltimbanco, un animale aggrappato alla sua gamba che lo spinge o lo trattiene, non si capisce bene. Nessun numero, quindi nessun posto fisso: può infilarsi ovunque nella sequenza. È lo slancio allo stato puro, l’energia prima delle forme, colui che parte senza sapere verso cosa. Ogni volta che un capitolo si chiude, è lui a ripartire.

Il Bagatto (I)

Poi il racconto prende corpo. Un giovane si tiene dietro un tavolo, e su quel tavolo c’è tutto: una coppa, una spada, dei denari, e nella mano alzata, un bastone. I quattro semi del mazzo, posati lì come strumenti in attesa. Il Bagatto è l’inizio che ha tutto in germe e niente di compiuto: il laboratorio aperto, il primo gesto. Nel Rider-Waite-Smith, il Mago porta sopra la testa il simbolo dell’infinito, e Waite vi legge la volontà che unisce il cielo al tavolo di lavoro. Jodorowsky e Costa vi vedono il potenziale del principiante: tutto è ancora possibile, niente è ancora giocato. Quando questa carta esce in una stesa, guarda cosa sta cominciando in te: ciò che è posato sul tuo tavolo e che non hai ancora osato afferrare.

L’apprendistato: dalla Papessa al Carro

Il giovane al tavolo non sa ancora cosa fare dei suoi strumenti. Le carte dalla II alla VII lo educheranno, e sono quasi tutte figure: una famiglia simbolica seduta intorno a chi cresce.

La Papessa (II)

La prima maestra è una donna seduta, un libro aperto sulle ginocchia, un velo teso dietro di lei. La Papessa non parla: sa. È il sapere che matura nel silenzio, lo studio, la gestazione, ciò che si prepara al riparo dagli sguardi. Nel Rider-Waite-Smith, la Sacerdotessa si tiene tra due colonne, un rotolo semi-velato tra le mani, e Waite insiste su questo mezzo gesto: il libro mostrato e trattenuto insieme, la conoscenza che si concede solo a chi si prende il tempo. Dopo lo slancio del Bagatto, il racconto impone dunque una pausa. Prima di agire, imparare; prima di mostrare, lasciar maturare. Quando la Papessa attraversa la tua stesa, qualcosa in te si sta scrivendo e non ha bisogno di essere annunciato.

Vengono poi l’Imperatrice (III), la creatività che sgorga e trabocca; l’Imperatore (IV), la stabilità conquistata, la struttura che regge; il Papa (V), la trasmissione, il ponte tra chi sa e chi cerca; gli Innamorati (VI), la prima vera scelta, quella che nessuno può fare al posto tuo; e il Carro (VII), la prima vittoria nel mondo, lo slancio che ha trovato la sua direzione. Fine del primo movimento: il personaggio è equipaggiato, istruito, lanciato.

Il ribaltamento: dalla Giustizia alla Temperanza

La seconda parte del racconto è più interiore, ed è quella che dà ai tarocchi la loro profondità. La Giustizia (VIII) pesa e decide: ciò che è esatto, ciò che va restituito. L’Eremita (IX) prende la sua lanterna e fa un passo di lato, fuori dal mondo conquistato. La Ruota della Fortuna (X) ricorda che tutto gira, sale e scende senza chiedere il parere di nessuno. La Forza (XI) ammansisce l’animale invece di combatterlo: il coraggio gentile. L’Appeso (XII) si sospende a testa in giù e scopre che il mondo, visto al contrario, dice altro: l’attesa feconda, il lasciar andare volontario.

Perché l’arcano XIII non ha nome?

E poi arriva la carta che tutti temono, quella che si gira con un piccolo sussulto anche quando la si conosce bene. Uno scheletro falcia, su un suolo scuro dove affiorano teste e mani. Il Marsigliese non le ha dato un nome, e questo silenzio è già una lettura: ciò che accade lì non ha parola, è un passaggio. Guarda il suolo della carta: non è vuoto, sta germogliando. L’arcano XIII falcia perché si liberi lo spazio, e la tradizione intera lo legge così: una fine necessaria, una muta, una pelle diventata troppo stretta da abbandonare. Jodorowsky e Costa parlano di trasformazione profonda, di grande pulizia. Se questa carta esce nella tua stesa, la domanda non è «cosa perderò?» ma «cosa, in me, chiede di finire perché ciò che segue possa respirare?». La Temperanza (XIV), subito dopo, arriva a confermarlo: un angelo versa l’acqua da un vaso all’altro, il ritmo torna, la mescolanza si placa. Dopo il taglio, la circolazione.

La traversata: dal Diavolo alla Luna

Il racconto potrebbe fermarsi lì, placato. Invece si immerge nelle sue immagini più potenti. Il Diavolo (XV) mostra ciò che tiene al guinzaglio: gli attaccamenti, le dipendenze, i contratti firmati senza rileggerli. La Torre (XVI) si apre con un fulmine: il crollo di ciò che era diventato troppo stretto, e le figure che ne cadono sembrano più saltare che precipitare. La Stella (XVII) arriva nuda, inginocchiata vicino all’acqua, e versa le sue brocche senza trattenere nulla: la giustezza ritrovata, la speranza semplice. La Luna (XVIII) chiude la traversata con la notte più profonda del mazzo: due torri in lontananza, un sentiero incerto, acque che si agitano. È il capitolo delle paure antiche, quelle che non si risolvono in pieno giorno.

Il compimento: dal Sole al Mondo

Il Sole (XIX) sorge su due bambini: la chiarezza ritrovata, il calore condiviso, ciò che non ha più bisogno di nascondersi. Il Giudizio (XX) fa suonare la chiamata: qualcosa che si credeva sepolto si risveglia e si rialza.

Il Mondo (XXI)

E il racconto si conclude in danza. Al centro di una corona di foglie, un personaggio danza, un velo intorno al corpo; ai quattro angoli, quattro figure vegliano: l’angelo, l’aquila, il toro, il leone. Quattro guardiani per quattro direzioni, che fanno eco ai quattro semi del mazzo: tutto ciò che era disperso viene riunito. Il Mondo è il compimento: non la fine che chiude, ma la pienezza che corona un ciclo. Waite vi legge lo stato dell’anima nella coscienza della visione divina; Jodorowsky e Costa, più sobriamente, la realizzazione totale. E se guardi bene il tavolo dove hai steso le tue carte, il Matto è ancora lì, senza numero, pronto a ripartire: ogni Mondo apre una nuova partenza. Il cerchio non è un anello chiuso, è una spirale.

Come si legge un arcano maggiore in una stesa?

Cosa farne in pratica? Ricorda prima di tutto che un arcano maggiore, quando esce, dà il clima più del dettaglio: dice in quale capitolo del racconto si trova la tua situazione. Una stesa satura di maggiori racconta un momento che conta, una svolta; una stesa dove sono rari parla di aggiustamenti ordinari, e allora sono gli arcani minori a portare il senso. Ricorda poi che la posizione nel racconto illumina la carta: l’Appeso non è una punizione quando ti ricordi che precede la grande muta dell’arcano XIII; la Torre spaventa meno quando vedi la Stella che l’attende subito dopo.

L’esercizio più bello resta il più semplice: prendi il tuo mazzo, isola i 22 maggiori, e srotolali raccontandoti la storia ad alta voce, con le tue parole. Dove il tuo racconto esita, ti manca ancora una carta: è quella da frequentare. E il giorno in cui un maggiore uscirà in una stesa, non ne cercherai più la definizione: saprai a che punto sei del racconto.

Domande frequenti

Quanti sono gli arcani maggiori dei tarocchi?
Gli arcani maggiori sono 22: numerati da I a XXI, dal Bagatto al Mondo, più il Matto, che cammina senza numero e può quindi infilarsi ovunque nella sequenza. Insieme dispiegano un unico racconto, quello di una vita che impara, attraversa e si trasforma. Jodorowsky e Costa li dispongono in due file da dieci incorniciate dal Matto e dal Mondo; Waite li descrive come le tappe di una ricerca interiore. Due scuole diverse leggono la stessa intuizione: i maggiori si susseguono come i capitoli di un solo racconto.
Cosa significa quando esce un arcano maggiore in una stesa?
Un arcano maggiore, quando esce, dà il clima più del dettaglio: indica in quale capitolo del racconto si trova la tua situazione. Una stesa satura di maggiori racconta un momento che conta, una svolta importante; una stesa dove sono rari parla invece di aggiustamenti ordinari, e allora sono i 56 arcani minori a portare il senso concreto. La posizione della carta nel grande racconto illumina anche il suo significato: l’Appeso spaventa meno quando si ricorda che precede la muta dell’Arcano senza nome.
Perché l’arcano XIII dei tarocchi non ha nome?
Nel Tarocco di Marsiglia, l’arcano XIII mostra uno scheletro che falcia su un suolo scuro dove affiorano teste e mani, senza alcun nome scritto sulla carta. Questo silenzio è già una lettura: ciò che accade lì non ha parola, è un passaggio. Il suolo della carta non è vuoto, sta germogliando, e la tradizione la legge come una fine necessaria, una muta, una pelle diventata troppo stretta da abbandonare, mai come una minaccia letterale. Il Rider-Waite-Smith, lui, le dà un nome: Death.
Qual è la differenza tra il Tarocco di Marsiglia e il Rider-Waite-Smith?
I due mazzi condividono il cuore del racconto ma cambiano alcuni nomi e l’ordine di due carte. Il Rider-Waite-Smith chiama Sacerdotessa la Papessa, e dà un nome, Death, all’arcano XIII che il Marsigliese lascia senza titolo. La Giustizia e la Forza si scambiano anche di posto, ottava e undicesima a seconda del mazzo. La Torre, invece, si chiama così in entrambe le tradizioni. Nonostante queste differenze, il grande racconto che va dal Bagatto al Mondo resta lo stesso.

Fonti

  • Alejandro Jodorowsky & Marianne Costa, La Via dei Tarocchi (Milano, Feltrinelli, 2005)
  • Arthur Edward Waite, The Pictorial Key to the Tarot (Londra, William Rider & Son, 1911)